
Essere genitori non è mai semplice. Al proposito mi chiedo se lo sia ancora meno per chi, come me, è cresciuto con un’etichetta addosso: quella del ribelle, del diverso, di quello che non faceva mai le cose “nel modo giusto”.
Ora che ho due figli, uno di 12 anni, piena adolescenza, con un sacco di domande e pensieri che neanche sa formulare, e uno di 7, che cresce a una velocità che spaventa, mi trovo davanti a una domanda che torna spesso: Sto dando loro la giusta educazione? Mi interrogo, ogni giorno. Perché con il grande a volte è come parlare con me stesso alla sua età: nervoso, chiuso, pensieroso, in cerca di risposte che spesso non sono quelle che vorrebbe sentire. .Con il piccolo è diverso: è veloce, acuto, cresce in fretta. A volte sembra quasi che il mondo gli scivoli addosso, meglio così “almeno per ora”.
Ma il punto non è tanto “come sono loro”, quanto “come sono io” come padre. Come possiamo davvero guidarli verso il giusto se noi, nel passato, ci siamo sentiti spesso fuori contesto? Se oggi siamo ancora quelli “un po’ alternativi”, quelli che fanno fatica ad accettare le regole imposte dall’alto?
Forse non esiste una formula perfetta. Forse, più che educare, dovremmo accompagnare. Farci trovare lì, presenti, imperfetti ma onesti. Sbagliare, chiedere scusa, raccontare loro com’eravamo davvero. Far capire che non si diventa adulti perché si sa tutto, ma perché si sceglie ogni giorno di provarci. Io non ho tutte le risposte e continuo ad avere un sacco di domande. Ma ci provo. Ogni giorno. Nel frattempo, cerco di essere un riferimento. Una presenza. Un esempio.
A presto, Mario
